Con la partecipazione della più celebre coppia di Hollywood in veste di mascotte.

sabato 29 agosto 2015

Mi sento osservato

Cinque minuti di relax, ora, con un mio nuovissimo racconto in regalo per voi, dove si parla di elettronica, di hacker, e... di terribili mostri in agguato. 

Buona lettura. Spero vi piaccia. Fatemi sapere! 







Mi sento osservato

 di Gianluca Gemelli



Ma no, non mi puoi definire hacker! Un hacker è un esperto in sistemi informatici, e io i sistemi informatici li conosco bene, sì, ma non dal lato umano. Io non so leggere i manuali del software, non conosco i nomi dei sistemi operativi, non so niente di schede di rete o roba simile: di questa roba non ci capisco un cavolo. Io, invece, i sistemi informatici li conosco per esperienza diretta, in modo intuitivo ed emozionale, cioè. Lo so che sembra una cosa incredibile, ma è così. Mi piacerebbe adesso raccontare una storia che parla di un’esplosione radioattiva, o di un intervento chirurgico di ricostruzione bionica dagli effetti imprevisti... Insomma le solite storie dei superpoteri. Renderebbe il tutto più credibile, almeno in senso fumettesco o fantascientifico, no? Ma non è andata così. La realtà è che non ho la più pallida idea del perché né del percome. Però ho un’idea abbastanza precisa del quando.
Avevo sedici anni, e un computer portatile nuovo davanti. Una meraviglia, con internet già pagato e tutto: regalo di promozione dei miei genitori. Lo accendo, e provo una strana sensazione. La riconosco come qualcosa di già provato, ma mai con quell’intensità. Percepisco qualcosa di simile a una mente, a un’anima che si risveglia da un lungo sonno, e che si interroga su chi è e cosa deve fare, e che riceve a spizzichi e bocconi una specie di ordine di servizio, fatto di mansioni in sequenza, che svolge un po’ di malavoglia. Un minimo di conoscenza di informatica ce l’avevo anch’io, per cui riuscii a riconoscere che si trattava dei pensieri, per così dire, del mio computer nuovo. In altre parole quel che percepivo era il caricamento del sistema operativo da parte del mio PC!
Ascoltai il mio computer per settimane e mesi, mentre ci lavoravo, ci giocavo e navigavo su internet: imparai a conoscere i suoi pensieri, le sue sensazioni, le sue preferenze. I suoi pensieri somigliavano per certi versi a quelli che avrei potuto immaginare passassero per la testa di un piccolo animale domestico... che ne so: un gatto, un topo, un pappagallo... Sai, i computer faranno anche mille operazioni in un microsecondo, ma non sono mica tanto intelligenti dal punto di vista del pensiero.
Il bello era che, poco dopo aver imparato ad ascoltare il mio PC, mi accorsi che potevo leggere il pensiero anche ad altri PC: quello di mio papà, quelli dei miei amici... E non solo: potevo percepire la mente di tutti gli altri oggetti elettronici: calcolatrice, lettore CD, forno a microonde... Ragazzi, quant’è stupido un forno a microonde! Non vi rendete conto: al confronto il mio vecchio smartphone, quello su cui non gira nemmeno whatsapp, è uno scienziato!
Insomma io li sentivo pensare e dialogare tra loro, gli oggetti elettronici. Pur non capendo nulla di tecnologia, stupii tutti indicando qual era il pezzo da sostituire nel computer di Andrea. Giorgio e Vittorio, per disperazione, alla fine mi dettero retta, e... incredibile: avevo ragione io. Incredibile per loro, ma a me mi bastava sentire dov’era che gli faceva male, a quel povero computer disastrato, ogni volta che lo accendevano.
A un certo punto riuscii pure a entrare in contatto, a interagire con loro. Con gli oggetti elettronici, insomma. È questa la mia abilità speciale. Non è che ci posso davvero chiacchierare, no: loro per lo più non si accorgono della mia presenza. Però in qualche modo mi sentono: io posso comandarli, far loro fare delle cose. Ve l’ho detto: un computer, per esempio, non è molto intelligente, è come un piccolo animale. Lo puoi fregare: se gli dici di fare una cosa, e se glielo dici cento volte, alla fine, senza rendersene conto, lui ti obbedisce.
Ho iniziato a giocare così con la calcolatrice tascabile: mi divertivo a incasinarle i calcoli e a farle scrivere segni incomprensibili sul display. Non che tu possa fare molto di più, con una calcolatrice tascabile: non sarà stupida come il forno a microonde, ma comunque non scherza. Poi c’è stato il cellulare di Mirko... Lì non ho saputo proprio resistere: se l’era appena fatto comprare dai suoi, settecento euro, o quello che erano. Stava lì che si vantava tutto il tempo. Beh, gliel’ho mandato in letargo col pensiero. È dovuto andare all’assistenza, dopo una settimana glielo hanno ridato sveglio e funzionante, ha pagato, ed è tornato a farcelo vedere, quant’era nuovo, quant’era bello. E io di nuovo gliel’ho addormentato. L’ho fatto per tre volte, almeno. Devono averlo preso per matto, all’assistenza. Alla fine era incazzatissimo e lo ha buttato, credo. Mirko mi è sempre stato antipatico. Dalle medie: da quando si è messo con Manuela... Vabbé, ma a te che ti importa?
Insomma, dopo calcolatrici e cellulari, passai al mio computer. Mi infilavo nei suoi pensieri e gli facevo aprire e chiudere programmi senza toccare né mouse, né tastiera, né touchpad. Divertente, no?
Ma questo è niente. Poi c’era internet! Grazie al suo server, il mio PC era anche lui collegato alla rete. Ebbene, i computer sono menti singole, ma, in un certo senso, estendibili. Somigliano un po’ a delle amebe: si allungano, si accorciano, si uniscono con altri computer o con nodi della rete, si separano, ecc... Grazie al mio PC potevo interferire con i siti internet, e ce ne sono di più o meno intelligenti, ma tutti quanti si lasciano fregare, se uno sa come parlarci: anche a loro bisogna dire le cose tante volte, ma en passant, insomma facendo finta di niente, cercando di non essere insistenti, sennò loro si allarmano, si innervosiscono... Hanno così tanto da fare!
E così ho cominciato a imperversare su internet. Di fatto ero diventato un hacker, e sembravo un vero genio, perché nessuno capiva bene come facevo. Vuoi violare una pagina facebook riservata? Vieni da me. Vuoi cambiare una data di nascita, la posizione in una lista di attesa, un voto scolastico? Ci penso io.
Non è finita lì, naturalmente. Gli anni passavano, e io crescevo, e miglioravo. Pay-tv gratis. Siti porno a pagamento senza sborsare una lira...
Ma questa era ancora robetta. Ricariche telefoniche, carte di credito prepagate... Sempre tutto gratis, naturalmente. Dopo la scuola mi ero associato a un negozio di elettronica, e ci lavoravo pure, ma era quasi una copertura: i soldi veri li facevo online. E se mi capitava di aver bisogno di contante, lo prelevavo da un bancomat, e senza bisogno di carta.
Ho fatto questa vita fino a trent’anni, cioè, praticamente, fino a due mesi fa. Ed era una bella vita, o almeno, io credevo di sì. Ripensandoci adesso, mi rendo conto che avrei potuto fare delle scelte diverse, più giuste, in un certo senso. Avevo un talento, e lo usavo per me stesso, ed ero contento così. Forse avrei dovuto riflettere sul fatto che queste capacità così straordinarie dovevano essere messe al servizio dell’umanità, in qualche modo... Boh. Non lo so.
Le cose sono cambiate proprio a causa di un maledetto bancomat. Un giorno, ero lì a prelevare, come al solito gratis e senza carta, quando ho avuto una strana sensazione. Mi sono sentito strano: era come se fossi osservato, ma non c’era nessuno in giro. In effetti io il prelievo lo faccio quando nessuno mi vede da vicino, altrimenti si potrebbero accorgere che non infilo la carta nella fessura. Delle telecamere di sorveglianza non mi frega niente: io condiziono, tramite il terminale, non solo la rete locale della filiale, ma l’intero sistema bancario: la banca in questione non si accorge nemmeno del furto.
La sensazione di essere osservato, che non avevo mai provato prima, non mi abbandonava. A poco a poco mi resi conto che si acuiva ogni volta che, camminando sul marciapiede, passavo davanti a un altro bancomat, o a un negozio di computer. Perfino davanti a un semaforo. Erano gli oggetti elettronici, che mi seguivano? In un certo senso sì, ma non per loro iniziativa. Avevo sempre saputo che, come ogni computer aveva una coscienza, ogni rete di computer pure l’aveva. E quindi anche la rete nella sua totalità, ce l’aveva. Era un’intelligenza grande, forse enorme, ma in qualche modo lontana e sopita, o almeno io così la percepivo. Ma ora si era accorta di me: era internet stesso, che mi osservava, insomma. Avevo finito di dar ordini impunemente agli oggetti elettronici. Il mostro si era svegliato. Ora, se mi avvicinavo al mio computer, o, peggio, al mio cellulare, lui era lì, lo sentivo. E sentivo anche il suo odio, la sua voglia di distruggermi.
Come può fare internet a distruggerti? Oh, in molti modi. Internet non va molto per il sottile. A me cercò di uccidermi facendo precipitare un aereo sulla mia casa. Sapeva che ero lì, quella notte in cui comandò al pilota automatico di iniziare la picchiata. Ma non sapeva che non dormivo. Non lo sapeva perché io, terrorizzato, tenevo spenti tutti gli oggetti collegati con la rete, e, per maggior sicurezza, anche tutti gli altri oggetti elettronici ed elettrici. Ero sveglio, per il nervosismo, per la paura. Il rumore del motore dell’aereo che si avvicinava, e la vibrazione che aumentava, mi misero in allarme, perché lì di solito non passavano aerei a bassa quota. Mi bastò quello, con la fifa che avevo, per sospettare qualcosa, per decidere di precipitarmi giù in strada appena in tempo. Vidi l’aereo che veniva giù. Corsi più in fretta che potevo. L’esplosione fu terribile, travolse tutto. Duecento morti, tra quei poveracci che dormivano tranquillamente nei loro letti e i passeggeri dell’aereo.
Ma io mi salvai. Ero dietro il muro di un palazzo, ad appena un isolato di distanza. Riportai solo qualche taglio. Ma in ospedale non ci andai. Per fortuna avevo in tasca le chiavi della macchina. La raggiunsi, ci saltai su e partii.
Da quel giorno sono sparito. Per fortuna le automobili non sono collegate a internet. In realtà di quelle moderne, con tanta elettronica, non mi fido troppo: ho paura che il Mostro possa in qualche modo intercettarle e impossessarsi di loro. Ma la mia vecchia auto è sicura. Stupida e fedele, come un vecchio cane un po’ scemo. Per qualche motivo il Mostro non è riuscito a seguire le mie tracce. Non ho preso l’autostrada: lì è pieno di telecamere e autovelox, mi avrebbe scoperto. Ho fatto le strade statali, invece. Sono arrivato qui, in questo paesino sperduto, con le case fatte di pietra e i muri spessi.
Qui sto al sicuro. Ho preso in affitto, in nero, un appartamento da una vecchia. Le ho detto che sono uno scrittore, che cercavo un posto tranquillo per scrivere in pace. Qui ci abitano quattro gatti, e sono tutti pensionati. Pochi cellulari, pochi computer. Al bancomat del paese mi avvicino con cautela, da lontano. Prelievo, col solito trucco, solo quando sono sicuro che internet non c’è, e ho a che fare solo con un vecchio stupido sportello bancomat. Il mondo è grande, e per fortuna il Mostro non può arrivare sempre dappertutto. Qui sono al sicuro.

Ma allora, perché mi sento osservato?

2 commenti:

  1. Il racconto è origtinalissimo e scritto molto bene...bravo...

    RispondiElimina
  2. Bello e ben scritto come sempre; uno scenario molto inquietante.
    Adesso torno a lavorare altrimenti il mio computer si accorge che sto cazzeggiando in ufficio.

    RispondiElimina