Con la partecipazione della più celebre coppia di Hollywood in veste di mascotte.

mercoledì 30 settembre 2015

Minaccia asociale

Ed ecco un nuovo racconto per voi! 

Stavolta si parla di eroici poliziotti impegnati in una lotta senza quartiere contro la minaccia più grave che la civiltà moderna, anzi futuribile, abbia mai affrontato. 

Emozioni a non finire... O forse no. Comunque sia, buon divertimento!


Gianluca Gemelli

MINACCIA  ASOCIALE


Lo so anch’io che una volta, un po’ di decenni fa, non c’erano i social network, anzi non c’era nemmeno il network, come dice sempre il sovrintendente Calandrea. Solo che sembra proprio una cosa incredibile, specie per chi pensa al lavoro che facciamo noi poliziotti. 

Prendi quel bel tipo di Calandrea, per esempio: lui è proprio il classico sbirro, come quelli che vedi nei film e nei telefilm: un duro, perennemente attaccato al computer. Verifica gli alibi e cerca i moventi incrociando i dati, i commenti e i post su facebook, twitter, instagram, ecc... Controlla le chiamate, i messaggi, e le firme dei pregiudicati con l’obbligo di firma. Firme virtuali, ovviamente. 

Come tutti i poliziotti, è un vero esperto di computer, e la rete non ha segreti, per lui: qualunque cosa fai o non fai, anche se vai a cacare o se sei stitico, lui lo sa. Perché in un modo o nell’altro, sia che lo vuoi sia che non lo vuoi, tutto quanto finisce in rete, e lui queste cose le va a ripescare per noi. Ma io non sono come lui. No, io non sono come tutti gli altri poliziotti.

Calandrea, lui sa leggere un migliaio di commenti ad un post su facebook in un solo minuto. Vabbé, non è che legge veramente tutto: in realtà fa scorrere il testo senza leggerlo, alla ricerca di quel che gli interessa, me lo ha spiegato lui. E poi, ovviamente, un’apposita app gli da una mano. È il classico tipo del poliziotto, insomma: occhio fisso sullo schermo e dito pronto sul mouse. Ma io non sono così.

A volte uno si chiede come si potesse fare il lavoro del poliziotto, in quei tempi antichi in cui non c’era la rete social. Ma naturalmente non era solo il lavoro del poliziotto ad essere diverso, all’epoca. Tutti i lavori lo erano, la vita stessa era diversa. L'ho letto in un libro. I poliziotti andavano alla centrale, gli studenti andavano a scuola, gli impiegati andavano in ufficio, la gente andava al mercato a far la spesa... Nessuno se ne stava a casa, insomma. Doveva essere un viavai continuo, con automobili, autobus, distributori di benzina, smog... un gran casino, insomma. Poi, con la rete social anagrafica globale, arrivò per tutti il lavoro da casa. Era una necessità: si risparmiava. Alla fine qualcuno pensò che anche i poliziotti potessero lavorare da casa. Le indagini già da tempo si era iniziato a farle su facebook: anche i criminali lasciano tracce sui social network, ed è più economico cercare quelle che spender soldi per rilevare impronte digitali e simili sciocchezze. Insomma anche le centrali di polizia vennero dismesse, così come le scuole e gli uffici pubblici. Niente più auto, niente più divise: tutti costi inutili.

Gli interrogatori e gli arresti si potevano fare su twitter, e i processi tramite chat, con grande risparmio. Tradurre un malvivente in carcere - in un carcere virtuale, si capisce, dato che quelli materiali sono stati anche loro dismessi da anni e anni - oggi è questione di un clic: basta trascinare un’icona sul desktop. E la vita di un carcerato, con le dovute differenze, non è meno dura adesso che un tempo, anche se il carcerato di oggi se ne sta anche lui tranquillamente a casa: con tutti gli account disabilitati, è privo di qualsiasi diritto e possibilità, proprio come se fosse davvero rinchiuso in una costosa cella.

I poliziotti, insomma, da almeno vent’anni a questa parte, lavorano anche loro tranquillamente da casa. Ma io no. Io non lavoro da casa.

No, io sono diverso dagli altri poliziotti. Ho la pistola, un’automobile con il lampeggiatore, e le manette in una tasca attaccata alla cintura. Una volta ho visto un vecchissimo e ridicolo telefilm del ventesimo secolo, di quelli che nessuno streaming trasmette più, e c'era un poliziotto che somigliava a me. Sono un pezzo da museo, insomma. Eppure, anche se vi sembrerà strano, uno come me è ancora utile nel mondo di oggi, eccome se lo è.

In una società come la nostra, infatti, dove tutto si basa sulla reperibilità virtuale, esiste ancora un reato che richiede un intervento fisico e concreto da parte dei tutori della legge, ed è ovviamente il reato più grave di tutti. Sto parlando del crimine chiamato comunemente asocialità. 

L’asociale, come tutti sanno, è chi cerca di evitare la tracciabilità e la reperibilità. Chi cancella il proprio account su facebook, oppure si rifiuta di utilizzare un dispositivo con localizzatore GPS, com’è noto, compie il più grave dei reati, in quanto si sottrae alla società, e chi si sottrae alla società si sottrae alla legge. Cosa ancor più grave, l'asociale si sottrae a quel set minimo di convenzioni che stanno alla base della convivenza civile, e che quindi sono ovviamente rese obbligatorie dalla legge: possedere un account anagrafico sui social, e utilizzare uno smartphone.

Gli asociali sono i criminali più pericolosi di tutti. I mafiosi, tutto sommato, stanno al gioco: anche loro per i loro traffici si affidano alla rete dei social. Sanno che in linea di principio possono essere scoperti, ma sanno anche come nascondersi bene nella rete, e la rete è ovviamente indispensabile anche per loro. 

Ma gli asociali sono molto peggio dei mafiosi: gli asociali rappresentano la peggior minaccia per la società civile. Irreperibili, incontrollabili, a tutti gli effetti inesistenti, da essi ci si può aspettare tutto e il contrario di tutto. Sono pericolosi. Vivono nell'illegalità più completa, poiché non avendo identità non hanno reddito, e quindi non hanno accesso al denaro virtuale. 

Si tratta di una feccia irrecuperabile, per lo più composta di vecchi schifosi che vivono ancora come se il mondo fosse fermo all’età dell’automobile. Per questo è stato deciso di eliminarli dalla faccia della terra. Per questo quelli come me sono pagati per dar loro la caccia.

La lotta alla piaga degli asociali a volte sembra senza speranza. Ma noi della Squadra Speciale Anti Asociali non ci scoraggiamo. Presto o tardi riusciremo a eliminarli tutti.

Per esempio, stamattina io e il sovrintendente Giordano, il mio caposquadra, abbiamo effettuato un arresto importante. Al termine di un lungo appostamento, abbiamo individuato una banda di tre vecchi decrepiti, che, a quanto pare, vivevano in una roulotte nascosta nel bosco. Quando ci hanno visto arrivare hanno tentato la fuga. Loro erano in tre e noi soltanto in due, ma io ho subito sparato a uno dei tre e l’ho fatto secco. Gli altri due li abbiamo inseguiti, acchiappati e ammanettati. Uno dei criminali arrestati aveva perfino in tasca un telefonino coi tastini, senza touch, di quelli dichiarati illegali anni fa. Ha provato a raccontare la solita, vecchia storia: che lui è di un’altra epoca, che non si sa adattare alla tecnologia, che non sa usare il touch... Le solite cose, insomma. Ma noi non ci lasciamo incantare. Li abbiamo portati a casa di Giordano, visto che lui è scapolo, e quindi da lui c’è più spazio, e li abbiamo torchiati per bene. Modestamente, so come far cantare uno schifoso vecchio asociale. 

Hanno parlato. E così abbiamo scoperto un altro paio di nascondigli di feccia asociale e, credetemi, presto potremo tutti dormire sonni tranquilli. Le indagini continuano, noi stiamo all'erta e prima o poi riusciremo a far davvero piazza pulita di questi bastardi, ve lo garantisco. 

3 commenti:

  1. Prima o poi si arriverà anche a questo, soprattutto se i poliziotti di quel genere saranno coadiuvati dalla rete intelligente di cui avevi scritto in un precedente racconto.
    Io rasento la categoria antisociale: ho il telefono con i tasti, non sono su altri social (a parte il blog dove non figuro con il vero nome), non acquisto scarpe e abiti online e ancora più grave lavoro in un archivio... cartaceo.

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  2. Prima o poi dovremo darci alla macchia

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  3. Mi è piaciuto, è scritto brne ,originale, ma ha meno fantasia di altri racconti....comunque buono...

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