Con la partecipazione della più celebre coppia di Hollywood in veste di mascotte.

domenica 28 ottobre 2018

Sottotenente di complemento

Sono appena passati cent'anni dalla fine della prima guerra mondiale. Che altro dire? Se non era orrore quello... Ma voi siete qui per il racconto di Halloween, no? E allora... beccatevi questo!


SOTTOTENENTE DI COMPLEMENTO

 di Gianluca Gemelli


Il soldato aprì gli occhi e incominciò a respirare. La vista era appannata e il respiro affannoso. C’era qualcuno che parlava, lì vicino, ma lui era stordito, e non capiva molto.
− Non è questione di essere disfattisti o fiduciosi nella vittoria finale, capitano, è questione di metodo scientifico, solo questo. Per cui... Ehi, si sta risvegliando!
− Bene, ora sapremo! Soldato!
− Un attimo, capitano, aspetti un attimo...
Il freddo dello stetoscopio sul petto gli diede una scossa. Il soldato capì di essere in un letto d’ospedale. Certo: era stato ferito. Era stata la mitragliatrice, durante l’attacco alla postazione austriaca fortificata... No, no: era stato un cecchino, lo aveva colpito mentre cercava di liberare la ruota dell’autocarro...
− Battito e respiro sembrano regolari...
Il soldato sperava ardentemente di essere tutto intero, ma non ce la faceva ancora a fare l’appello di gambe e braccia. Dietro al viso del dottore chino sopra di lui, notò un alto soffitto di pietra macchiato di umidità. Quello non era un ospedale da campo: evidentemente lo avevano trasferito da qualche parte nelle retrovie. Come mai ricordava il proprio ferimento in due modi diversi? Tutti e due i ricordi erano in parte nitidi e in parte sfocati. Forse uno dei due se l’era sognato. Ma quale?
− Soldato! Mi senti? Come ti chiami? Forza, dì il tuo nome!
Lui, incalzato dall’ufficiale, cercò di recuperare l’informazione dal minestrone di ricordi slegati che gli mulinava nella testa: quota 76? No, no, no... Secondo reggimento? Neanche... Qual era la risposta alla domanda? Non gli veniva in mente.  Ricordava solo il rancio congelato, il tenente Rossetti che aveva perso la mano destra... O era la sinistra?
− Allora? Il tuo nome!
Le sillabe emersero dal marasma una alla volta, con grandissimo sforzo:
− Mo... Molina... Be... Berna...
− Visto? È tutto a posto. Molinari Bernardo, classe 1891, sottotenente di complemento, effettivo per mobilitazione al II reggimento fanteria di montagna. Proprio come dice il foglio matricolare. Se ricorda il suo nome, ricorderà anche gli ordini che gli danno lì per lì. Vuol dire che può combattere. Che le avevo detto, dottore? Funziona!
− Per ora sembrerebbe di sì.
− Non appena si riprende rimettetelo in piedi e speditelo al nuovo reparto. E mandate avanti la procedura per tutti gli altri.
− Tutti? Ma è troppo presto, non sappiamo ancora...
− Un battaglione, allora. Procedete con un battaglione. Non abbiamo tempo da perdere. Quanto avete fatto qui, questo mese?
− Un reggimento, completato e garantito tre settimane. Li stanno equipaggiando, saranno pronti a partire dopodomani.
− Bene, ma a me ne servivano almeno due! Due reggimenti al mese, questo prevedeva il progetto. E anche a Chirignano sono in ritardo... Come farò a rispettare le consegne? Cadorna chiederà la mia testa!
− Voi militari fissate sempre obiettivi impossibili.
− Per vincere la guerra occorre fare l’impossibile.
− Ma noi a malapena riusciamo a fare il possibile. Come si fa a fare di più, nelle condizioni in cui lavoriamo?
− Riducendo la previsione di durata ce la facciamo anche con il materiale di seconda scelta. L’idea è quella. Una durata operativa più breve è accettabile, se avviciniamo i centri di rigenerazione al fronte e programmiamo le operazioni belliche di conseguenza. Questo salverà capra e cavoli, se funziona. E ha visto anche lei che funziona.
− Sì, capitano, ma questo è solo il primo esperimento che facciamo. Per ora io non le posso garantire...
− Se era per lei non lo avremmo fatto mai, e invece funziona. Lo vedo, lo sento. Guardi qua: soldato! Alza il braccio destro! Il destro, ho detto. Bravo, così! Un po’ di più...
Esausto, il soldato Molinari lasciò ricadere il braccio sul letto.
− Visto? È tutto a posto, dottore. Abbia fiducia!
− Mi dia almeno un paio di giorni per fare qualche test. Abbiamo comunque bisogno di un minimo di durata operativa. Cosa pensa che farebbe Cadorna se gli fornissimo un reggimento inutilizzabile?
Il capitano serrò le labbra. Benché fosse evidentemente impaziente, disse:
− Sta bene. Ha oggi e domani per rimettere in piedi questo soldato. Se, come spero, si riprende regolarmente, dopodomani va in fureria, e noi si procede con il trattamento per gli altri complementi.
Il medico annuì, e il capitano girò sui tacchi e si allontanò.

− Com’è la minestra? Lo senti il sapore?
Bernardo annuì. In realtà non era del tutto certo di sentire davvero qualche sapore, ma la broda era calda, e gli sembrava che, entrandogli in corpo, gli desse un po’ di vita.
− Hai dolore?
− No.
− Debolezza?
− Sì.
Seduto sul letto con un piatto di minestra sul grembo e un cucchiaio in mano, ora Bernardo aveva se non altro la certezza di essere tutto intero. Ma, stranamente, scoprirlo non gli dava sollievo. Rispondeva alle domande del medico con lentezza e con frasi semplici e brevi.
Cosa gli era successo? Forse gli austriaci lo avevano colpito alla testa. Doveva chiederlo al dottore. Ma ogni volta quello iniziava a parlare, e lui aspettava, aspettava per potergli rivolgere una domanda... Ma poi quando arrivava il momento giusto scopriva di aver dimenticato quello che voleva chiedere. Ah, già: voleva chiedergli quando sarebbe guarito, quando sarebbe tornato...
Dove? Dove doveva tornare? E cosa doveva chiedere? Ah già: quanto sarebbe durata la licenza. Forse era arrivato il momento giusto: il dottore era proprio davanti a lui intento a scrivere qualcosa su un foglio. Il momento giusto, sì, ma per cosa? Ah, già: per chiedere quando sarebbe tornato a casa.
− Dottore...
− Sì? 
− Non mi ricordo... Ah, sì. Cosa mi è successo?
− Eh, eh, eh! Cosa ti è successo... Cosa non ti è successo!
Con un enorme sforzo di concentrazione, Bernardo espresse finalmente tutti i suoi dubbi:
− In quale parte del corpo sono stato ferito?  Ho due ricordi diversi.
− Guarda qui: fissa la punta della matita... Bravo...
− A volte mi sembra di essere stato ferito nell’attacco a Quota 76... Era inverno...
− Dicembre 1917.
− Sì. Ordinarono l’assalto alla baionetta... ma c’era una postazione fortificata, una mitragliatrice...
Il medico annuiva e seguitava a scribacchiare qualcosa sul suo taccuino.
− Altre volte invece ricordo che era primavera, l’anno dopo... Spingevo un autocarro nel fango...
− Aprile 1918...
− Sì. Ma insomma... in che mese siamo?
− Ottobre.
− Di... che anno?
− 1923.
− Cosa?
− Sì, siamo nell’ottobre del 1923. La guerra dura ormai da quasi dieci anni. Abbiamo rischiato di perderla nel 1917, ma ci siamo ripresi, e ora la situazione è equilibrata.
− Ma io, quanti... quanti anni ho?
− Tu hai gli stessi anni che avevi nel dicembre del 1917, la prima volta che sei caduto. Poi, ad aprile del 1918 ti abbiamo rimesso in linea, con due mesi di autonomia, ma poco dopo sei caduto di nuovo: e questa è la volta dell’autocarro.
− Sono caduto? Cosa vuol dire?
− Che sei morto. A Quota 76, insieme a centinaia di altri soldati. Ma anziché seppellirti, la Patria ti ha ridato la vita. Anzi, gli scienziati dell’esercito lo hanno fatto.
− Sono morto?
Il soldato Molinari Bernardo accolse l’assurda notizia senza troppa incredulità. Si accorse che qualcosa dentro di lui lo sapeva già.
− Si può ridare la vita ai morti?
− Solo per un tempo limitato: due mesi. Tedeschi e austriaci lo fanno fin dal 1917. Noi abbiamo imparato a farlo con un po’ di ritardo. Ma i risultati sono buoni, almeno la prima volta.
− La prima volta?
− Sì. Vedi, i nemici da un po’ di tempo stanno mettendo in campo troppe riserve. È evidente che non si limitano a ridar vita ai loro soldati morti. Hanno migliorato la loro tecnologia: quando cadono in battaglia li sanno risuscitare più di una volta. E noi dobbiamo adeguarci, altrimenti non avremmo nessuna speranza. Per questo tu sei qui, ora.
− Non capisco.
− I nostri scienziati... O forse le nostre spie, piuttosto... Non lo so. Insomma anche noi abbiamo trovato il modo di risuscitare i caduti più di una volta. Per il momento abbiamo fatto solo esperimenti con corpi congelati di soldati morti da tempo, e per quel che ne so, tu sei il primo caso in cui abbiamo avuto successo. Sei fortunato. E sei fortunato anche perché ogni volta sei rimasto intero, per cui è stato possibile riportarti in vita oggi.
  Ma... Ma io ho moglie... e ho figli...
− No. Per loro sei morto sei anni fa, punto e basta. Le famiglie dei soldati caduti non sanno niente di tutto questo: caduti in azione, i corpi dispersi o seppelliti in fosse comuni. Loro sanno questo.
− Ma...
− Non sarebbe una cosa sana se ti potessero rivedere adesso. Ti sei reso conto della confusione che ci hai nel cervello? Non le senti, le idee, che evaporano man mano? Tra poche ore non ti ricorderai neanche più di loro. Tu puoi al massimo marciare e sparare, marciare e sparare... Cosa torneresti a casa a fare? E poi tra due mesi sarai polvere.
− Polvere...
− Anzi, tu sei garantito solo per due settimane: questa nuova tecnica è sperimentale e non si sa bene quale possa essere la vostra vera durata. I soldati richiamati in vita esistono solo per la Patria. La Patria li riporta in vita e...
− Tutto quel che devono fare è morire per la Patria una seconda volta.
− Bravo! Vedo che ti ricordi quel che ti hanno detto l’altra volta. Ma, se la nuova tecnica funziona come dovrebbe, tu sarai il primo di quei fortunati che avranno il privilegio di morire per la Patria più e più volte. È quello che tutti vogliono: che questa guerra non finisca mai...
Qualcosa, dentro il soldato Molinari Bernardo, sottotenente di complemento, sapeva che a quel punto non avrebbe dovuto restarsene lì senza far nulla. Gettare il piatto della minestra in terra? Alzarsi e scappare? Andare a casa, dalla sua famiglia... Ma come si fa? Come si fa a fare qualcosa? Non lo ricordava più.
− Avanti, mangia. Finisci la minestra.
Sì. Fare quel che ti dicono di fare. Questo sì che se lo ricordava. Quindi annuì e mangiò la minestra. 

Ehi, voi che ci guardate, cent'anni dopo di noi! Vorremmo dirvi qualcosa... Ma riusciamo solo a stare in silenzio.


2 commenti:

  1. Finalmente ho capito perchè la guerra è durata tanto A LUNGO ...OK...

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