Con la partecipazione della più celebre coppia di Hollywood in veste di mascotte.

lunedì 15 giugno 2015

Meno caro di un paio d'occhiali

Ed ecco finalmente un nuovo racconto per voi! Stavolta si parla di magia... e di diottrie. Se la cosa vi incuriosisce, e volete saperne di più, allora buona lettura!






Gianluca Gemelli
MENO CARO DI UN PAIO D'OCCHIALI

− Mi dica. Cosa posso fare per lei?
− Beh, insomma, ci sta quell’altro oculista, no? Il dottor Pasquali... no: Pasquani. Io ci sono andato, da lui, quello mi ha misurato la vista e mi inscritto gli occhiali, ecco qua, guardi: lenti... che dice qua? Diottrie... iper... imper...
Il Mago Saravan, dall’alto della sua imponente scrivania, fissava l’uomo con la coppola in testa seduto davanti a lui, e non credeva ai propri occhi e alle proprie orecchie.
− E allora io dopo ci sono andato, al negozio dell’ottico, perché dico, se il trattore lo devo guidare... e insomma io gli ho fatto vedere la ricetta, ma quello mi ha detto che costano duecentocinquanta euri, e che cavolo! E chi ce li ha duecentocinquanta euri da spendere per gli occhiali? Allora non sapevo che fare, e allora passavo di qua e ho pensato, perché no? Proviamo a chiedere anche a un altro oculista, chi lo sa...
− Ma... Ma lei lo sa cosa faccio io?
− Oculista, no? Ce sta scritto così di sotto.
Saravan ora sorrideva sotto i baffi, e il suo barbone grigio sussultava leggermente, ma riuscì a non sghignazzare.
− Occultista, non oculista!
− E io che ho detto? Ocul... occulista. Non si dice così? Scusi, sa, io sono un po’ ignorante, vengo dalla campagna. Ma ce sta pure il disegno dell’occhio sul cartello.
Il Mago scosse la testa divertito. Non avrebbe mai pensato che il disegno dell’occhio al centro del palmo della mano, che aveva scelto come insegna, avrebbe potuto portargli in casa quel buffo personaggio. Ridacchiò. Il suo collega Mago di Sutri in quella situazione avrebbe certamente cacciato il poveraccio urlando e imprecando. Ma lui era sinceramente divertito. Finalmente: da quanto tempo non trovava più un motivo per farsi una risata?
− ... e allora io...
− Incredibile... Eh, eh... Lei... Come ha detto che si chiama?
− Capienza Alfredo.
− Signor Capienza, lei dev’essere parente di quel tizio che andò dal pediatra perché gli faceva male un piede! Eh, eh, eh...
− Io? No, non credo. L’unico parente mio era mio fratello Ugo, ma quello è morto dieci anni fa. Ma lui i piedi ce li aveva buoni: era la prostata che...
− Insomma... Eh, eh, eh... Lei davvero ha pensato che io fossi un’oculista?
− Ma perché, scusi? lei non è quello del cartello che c’è sotto? Il dottor Savarani?
− Sì, sono io Saravan, quello del cartello. E sono anche dottore, anche se non in medicina, però... Io non faccio l’oculista!
− E allora cosa fa, scusi?
− Glielo ripeto: sono un occultista. In pratica, un mago!
− Un mago?
− Sì: medium, cartomante, veggente... Tutto. Per esempio, vuole parlare con suo fratello defunto? Una bella seduta spiritica, e...
− Eh? Parlare con mio fratello Ugo? Quello morto? Ma si può?
− Certo che si può, glielo ripeto: ci vuole una seduta spiritica. Naturalmente non è sempre possibile garantire la riuscita dell’esperimento. Ma ci sono buone possibilità!
Il signor Alfredo si accarezzò il mento, pensoso. Poi disse:
− Ma... Mi scusi, non sono molto esperto di queste cose... I morti possono far causa ai vivi? Oppure un ricorso al...
Saravan scoppiò in una risata fragorosa. − Lei è formidabile! − disse tra i sussulti. Poi si calmò e rispose:
− No, no. Stia tranquillo. A volte ci si può parlare, coi morti, è vero, ma non possono intentare più causa a nessuno! Sempre morti rimangono, e non fanno più danni ai vivi, se è questo che la preoccupa!
Il signor Alfredo, ancora perplesso, ci pensò su un attimo, poi concluse:
− Comunque, no. È meglio di no. Non si sa mai.
− Bene, allora mi dica, ora che sa che tipo di lavoro faccio, c’è qualcos’altro che posso fare per lei?
− Beh, io... Dato che ormai sono qui... Non avrebbe qualcosa per la vista? Non so se è una cosa possibile. Ma magari con la magia...
− Tutto è possibile, con la magia naturale! − rispose Saravan, alzandosi dalla scrivania. Si avvicinò alla libreria e si mise a scorrere le coste dei volumi.
− Vediamo un po’... Vediamo un po’... Ah-ah! Eccolo qui!
Il mago sfogliò le pagine del volume alla ricerca di riproduzioni di antichi disegni e schemi alchemici. Poi si avvicinò al signor Alfredo, gli rivolse contro la lampada da tavolo e finse di esaminargli l’occhio. Poi tornò al libro. Poi di nuovo all’occhio.
− Sì, ma mi scusi, signor mago, quanto mi verrà a costare questa cosa qui? Io son venuto da lei proprio perché...
− Molto meno di un paio di occhiali, mio caro.
Dopo cinque minuti di ping pong tra le pagine del volume e gli occhi del signor Alfredo, il Mago Saravan si sentì pronto per la sua proposta.
− Quel che posso fare con lei è un esperimento di epischevisis alchemica. Il suo problema di vista non sparirà, ma lei ci vedrà un po’ meglio per un certo periodo.
− Quanto meglio? E per quanto tempo?
− Chi lo sa? Nessuno può dirlo. Magari ci vedrà sensibilmente meglio per dei mesi. O magari, invece, dovremo ripetere l’esperimento dopo una settimana per consolidare il risultato. Chi può saperlo? Comunque, male non fa.
− E quanto mi costerà?
− Guardi, davvero... Solo perché è lei... Cinquanta euro. Compresa anche l’eventuale seconda applicazione. Ma solo perché è lei!
− E... sarà doloroso?
− Ma niente affatto! Ed è questione di pochi minuti. Ci vuole solo un po’ di pazienza, − rispose Saravan mentre tirava fuori dal cassetto della scrivania un piccolo braciere e delle boccette piene a metà di granelli colorati.
− Va bene, allora. Che devo fare?
− Lei niente, mio caro. Si rilassi. Penso a tutto io.
Le serrande furono abbassate e lo studio del Mago Saravan rimase nella penombra. Una tovaglietta con una stella a cinque punte inscritta in un pentagono fu disposta su un tavolino rotondo di marmo. Al centro fu messo il braciere e il Mago Saravan iniziò a farci cadere sopra un pizzico di questo e un pizzico di quello... Poi si girò di scatto verso l’ometto seduto in poltrona e disse:
− Un momento!
− Cosa... cosa c’è? − balbettò Alfredo.
− Lei crede nella magia naturale e nel suo formidabile potere? LEI CREDE IN ME?
− Sì, sì... Certo che ci credo!
− Bene! Allora questo è il momento di darmi il denaro. Ce l’ha i cinquanta euro? Se è una sola banconota da cinquanta è meglio...
Il signor Alfredo si cavò il portafoglio dalla tasca dei calzoni e porse al mago la banconota. Questi mormorò una qualche giaculatoria e con rapidi gesti la ridusse a brandelli − o almeno così parve allo sbigottito Alfredo − e lasciò cadere anche quelli nel braciere al centro del tavolino. Poi trasse un profondo sospiro, sfregò un fiammifero e lo lasciò cadere sullo strano mucchietto informe che aveva preparato. Lentamente, un filo di fumo si levò dal braciere. Saravan restò a guardare, in silenzio.
Poi accadde qualcosa di incredibile.
L’aria sembrò tremolare in modo irreale. Una piccola e vivida luce bianca si accese nel braciere, si sollevò lenta in aria e andò a depositarsi sul pavimento. Lì emise un denso fumo nero, che rapidamente prese una forma umana. In quattro e quattr’otto ecco comparsa dal nulla la figura di un uomo, ammantato di nero.
Alfredo era rimasto a bocca aperta, ma anche Saravan non sembrava che si aspettasse quella strana apparizione. Il mago anzi era fuori di sé: tremava e boccheggiava. Il nuovo arrivato, dal canto suo, calò il cappuccio scoprendo la testa e disse:
− Ehi, ma che è tutto questo buio? E fai un po’ di luce, cazzo!
Saravan barcollò fino alla finestra e tirò su la serranda.
− Oh! Così va meglio! − disse l’uomo col mantello nero. Era un uomo bruno e affascinante, di mezza età. 
Somiglia a Franchestàin, pensò Alfredo, anzi no, a quell’altro... Come si chiama? Dra... Dragula! 
− O forse era meglio prima... − disse ancora l’uomo col mantello, contemplando perplesso la maschera africana, la mappa delle linee della mano e gli altri arredi dello studio del mago.
− Tu... Tu... Tu... − balbettò Saravan.
− La linea telefonica è occupata... − mormorò l’altro, mentre esaminava distrattamente le coste dei titoli allineati sugli scaffali della libreria.
− Tu... Tu sei tornato! − disse finalmente il mago, gettandosi ai piedi dell’individuo che somigliava a Dracula, in lacrime.
− Sì, sì, sono tornato, è evidente... E non fare così... Alzati, cazzo!
− Sì, sì... − obbedì il mago Saravan. Ma continuò a piangere come un vitello.
− E smetti di piangere! Non ti vergogni?
− Trent’anni... − rispose Saravan tra i singhiozzi. − Sono passati trent’anni dall’ultima volta che ti ho visto...
− Embè? E allora? Invece di essere contento?
− Ma... Mi hai abbandonato! Quante volte ti ho invocato! E tu? Niente! Mi hai lasciato solo!
− Beh, ora sono qua, mi pare.
− Ma io ti ho dato l’anima, in cambio del tuo aiuto... Ti ho dato tutto! E tu? Mi hai lasciato solo! Per trent’anni!
− Vabbè, ho avuto da fare. Li leggi i giornali, no? E poi guardati... − indicò con un gesto circolare della mano lo studio del Mago Saravan. − Guarda cosa sei diventato... Sei un fallito! Scommetto che togli le fatture e leggi la mano!
− E che dovevo fare? Ero rimasto senza guida!
− E tu che volevi? La pappa pronta? Non esisti mica solo te al mondo, sai?
Le lacrime gocciolavano dalla barba del Mago Saravan.
− Quante cose che volevo chiederti, quante cose che dovevamo fare insieme...
− Beh, ora che sono qua... Di che si trattava? Ah, sì: epischevisis alchemica.
L’uomo schioccò le dita, e Alfredo sobbalzò: gli parve che gli fossero schioccate dentro la testa.
− Ecco fatto. Dodici decimi.
− Ma che mi importa di questo tizio! − sbottò Saravan tra le lacrime. − Erano altre le cose che mi interessavano! La sapienza e il potere! Io mi sono fatto vecchio a furia di invocarti inutilmente!
− Che palle! Ti avevo detto che sarei tornato, no? E ora sono qui, non mi vedi?
− Ma sono passati trent’anni!
− Uffa... Che ti aspettavi? In fondo lo sanno tutti: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Beh, è stato un piacere che non ti dico, rivederti, ma ora si è fatta una certa...
− No! Aspetta! Non andare!
− Ho molto da fare, lo sai, il lavoro... Comunque ti ho già fatto una epischevisis alchemica, no? E non è mica è una cosa da tutti i giorni.
− Aspetta! Dammi un po’ di potere! Sono trent’anni che aspetto!
− Magari un’altra volta, eh? Ciao!
L’uomo ammantato di nero si tramutò nuovamente in fumo, e si dissolse senza che il povero Saravan, che si era di nuovo gettato ai suoi piedi, potesse afferrarglieli. 
− Nooooo! Non andare, non andareee! Torna! Ti prego torna da me!
In quel momento il signor Capienza Alfredo si rese conto di vederci benissimo. Ora distingueva con nitidezza i titoli dei libri sugli scaffali, le scritte in latino − non le capiva ma le leggeva − sul poster dietro la scrivania... perfino la trama del tessuto della camicia del mago! Era guarito! La magia aveva funzionato!
Si alzò lentamente dalla poltrona. Il mago era a terra. Aveva smesso di piangere, ma guardava fisso un punto del pavimento, come inebetito.
Beh, si vede che si fanno così, queste cose, pensò. È la magia. Ci vuole un bello sforzo da parte del mago. Però è stato bravo.
Si domandò se dovesse fare qualcosa: aiutare il mago a rialzarsi da terra, ringraziarlo... Almeno salutarlo... Mormorò qualcosa del tipo: grazie, arrivederci... Ma quello non gli rispose e continuò a restare imbambolato così com’era.

Oh beh... Pagare ho pagato, pensò Alfredo. Se poi lui i soldi li ha bruciati sono affari suoi. Me ne posso anche andare. Niente male, però. La magia! Chi ci pensava? Invece funziona! E poi è molto meno caro di un paio di occhiali!

2 commenti:

  1. Il grande ritorno del ProfG che era un po' mancato ai suoi lettori!

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  2. Il racconto è piacevolissimo e originale , la prosa è magistrale ...OK...

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