Con la partecipazione della più celebre coppia di Hollywood in veste di mascotte.

mercoledì 26 aprile 2017

Nel mondo dei sogni

Un nuovo racconto per voi! Stavolta si parla di sogni, e dei luoghi che si visitano nei sogni. 

Avete anche voi, come il protagonista del racconto, un luogo particolare, che visitate spesso nei vostri sogni? Spero che Nel mondo dei sogni vi piaccia! Poi fatemi sapere. Buona notte a tutti e, soprattutto, sogni d'oro!







NEL MONDO DEI SOGNI
 di Gianluca Gemelli


Non molto tempo fa ho fatto una scoperta sorprendente, riguardo ai sogni che faccio. Sì, i sogni sono sempre stati qualcosa di importante per me, o almeno qualcosa a cui, da sempre, faccio parecchio caso.
Sarà capitato anche a voi di avere un sogno ricorrente, no? Non vi devo spiegare di cosa si tratta. C’è un mio amico che dice che non è detto che tutti i sogni che sembrano ricorrenti lo siano veramente: ti può anche capitare, contemporaneamente al sogno che stai facendo, di sognare anche la sensazione di averlo già sognato. Sarà, ma siccome sono anni che sogno la stessa cosa e che me la ricordo ogni volta, non penso che sia il mio caso.
A dire il vero per me non è il sogno ad essere ricorrente, ma la sua ambientazione. I sogni sono sempre diversi, cioè, ma molti sono ambientati in un luogo particolare, che vi saprei anche descrivere, grosso modo.
Dunque, si tratta di una piccola cittadina, con una via centrale con tanto di negozietti, vetrine, bar, uffici. C’è anche un barbiere, ma in sogno non ci sono mai entrato.  Anzi, a dirla tutta, nei miei sogni bazzico più che altro la periferia. Lì ci sono varie zone, piuttosto squallide. Una è un grosso spiazzo, pavimentato con un semplice strato di piccole pietre, dove sorgono dei capannoni di legno, vecchi e decrepiti. Su uno dei capannoni c’è un manifesto strappato: è sempre lo stesso, lo riconosco, in ogni sogno, ma non so cosa c’è scritto.
Poi c’è una zona con un lungo viale alberato, su cui si affacciano case di legno. C’è un vecchio, pelato e con la barba bianca, che abita in una di quelle case, all’inizio del viale. Lo incontro spesso: a volte è affacciato alla finestra, altre volte è seduto sulla veranda.
Poi c’è una zona con una rete metallica che chiude il cortile di una specie di segheria. Quella è la zona che sogno più spesso: a volte sono lì da solo, a prendere a calci una latta vuota, altre volte cammino e c’è lì qualcun altro, con me. Io non lo vedo ma lo conosco e so che c’è. So anche come si chiama: Butch. Parliamo, sento la sua voce, è al mio fianco, solo che io non lo vedo, perché guardo per terra. Oppure è dietro di me, mi segue mentre camminiamo, ma io non mi giro mai. C’è un sacco di polvere in quel posto.
Non conosco il nome di questa città, o forse un nome non ce l’ha nemmeno. E credo che sia anche una cosa normale che non ce l’abbia un nome, dato che esiste solo nei miei sogni, e nei sogni non mi capita di chiedermi come si chiama il posto dove sono: sono semplicemente là.
Qualche volta con noi c’è un cane bianco e nero. So che si chiama Blot, ma io lo chiamo fischiando. Nei sogni so fare dei bei fischi.
C’è poi un posto tutto fangoso, che non si può chiamare strada o viale, lì si sprofonda nella terra acquitrinosa. So che da lì si arriva da qualche parte, oltre i rigagnoli e i cespugli. Non so dove, però so anche che è un posto sporco e puzzolente, che mi disgusta, anzi che mi fa paura, per cui me ne tengo sempre alla larga, nei sogni. Quello è l’unico posto che non conosco per niente, della città dei miei sogni, chiamiamola pure così. A parte la bottega del barbiere.
Più in la c’è una chiesa di legno. Sulla strada c’è una lavagna su cui Padre Ronald scrive della roba sempre diversa, ma io non la leggo mai. Forse nei sogni non so leggere. Strano, vero? Specie considerando che lavoro per una casa editrice.
Ancora più in là c’è la campagna, con dei campi di mais, e più in là ancora c’è una strada sterrata, poi una fattoria con un grosso granaio rosso e il traliccio di un pozzo, sai quelli con sopra quella ruota a vento che gira. E poi c’è una montagna, con un sentiero ripido pietroso che conduce in cima. Dal basso non si vede, ma in cima c’è una casupola di pietra con una croce sopra il tetto. E c’è anche un bosco: dentro un certo albero c’è un alveare di api selvatiche, bisogna stare attenti.
Qualche volta ho raccontato di questo posto che torna sempre nei miei sogni. Ne ho parlato a mia moglie, ovviamente, ma anche al mio dottore, una volta. Lui non è uno psichiatra, uno psicologo, insomma quella roba là. Lui non lo è. Ma insomma, sempre un dottore è, per cui un giorno ho deciso di raccontargli questa cosa. Lui mi ha detto che probabilmente si tratta di una proiezione mentale costruita a partire da ricordi d’infanzia. Forse è un mix, per dire, del paese di mio nonno con quello in cui andavo in vacanza da piccolo, o roba simile. Può essere, perché i luoghi mi sembrano sempre molto familiari, però l’impressione che ho è che lo siano proprio perché li sogno sempre, non per altro: insomma non riesco a metterli davvero in relazione con niente che ho realmente vissuto.
Ma vi avevo detto che ho fatto una scoperta, no? Beh, credo che sia questa: questa squallida cittadina non è soltanto un sogno ricorrente, io la sogno davvero sempre, ogni volta, ogni volta che sogno, e ogni sogno che faccio.
Ho sempre avuto ben presente la cittadina, con il centro, la periferia, i capannoni, la zona fangosa, eccetera. Sapevo che la sognavo molto spesso. Ma non mi ero mai reso conto che anche gli altri posti che mi è capitato di sognare, come ad esempio la montagna o il bosco, o l’interno della baracca della segheria, in realtà si collocano sempre nei dintorni della famosa cittadina senza nome.
Naturalmente si può pensare che questa sia tutta una mia ricostruzione a posteriori: insomma sono io che colloco l’uno accanto all’altro gli ambienti dei miei sogni, e nasce questa fantomatica cittadina con tutto quel che la circonda. Che vi devo dire? Magari è davvero così, ma la sostanza dei fatti non cambia: tutto il mio mondo dei sogni sta lì.
Se si tratta di un disturbo mentale, è un disturbo mentale piuttosto originale, no? Beh, almeno non è di quelli che fanno male a nessuno. Però è una cosa molto strana, me ne rendo conto. Per dire: tutti quanti o quasi sognano l’esame di maturità, o le persone care defunte, o altre cose che riguardano la vita reale, magari modificate, magari trasposte... Io no. Mai una volta che abbia sognato di essere a scuola, oppure mio nonno, o il capufficio... Sempre e soltanto io, Butch e Blot che ce ne andiamo a spasso per le strade polverose, o nel bosco, o io che mi nascondo nella baracca della segheria, o che salgo sulla montagna, eccetera... Non è normale, lo so. Ma che ci posso fare?
Ci sono anche gli incubi, certo. Come essere inseguito dalle api nel bosco: quando mi pungono di solito mi sveglio. Le api e le vespe mi spaventano molto anche nella vita reale: ho messo le reti alle finestre di casa, ho due bambini e non si sa mai. Oppure il dolore alle piante dei piedi quando cammino sulle pietre dure... anche quello è un incubo, perché nei sogni di solito vado in giro scalzo. Un altro incubo è quello in cui mi fermo davanti a quella specie di sentiero fangoso, quello che mi fa schifo. Ho paura di mettermi, chissà perché, a camminare su quel fango, e per di lì andare a finire in qualche posto molto brutto, oppure di veder arrivare qualcuno che mi fa paura.
Insomma, questa è la mia storia, e a dirla tutta, forse dovrei andare da un vero psichiatra, oppure almeno tornare a parlare di questo fatto al mio dottore, perché quando gli ho parlato del mio sogno ricorrente non mi ero ancora reso conto del fatto che tutti, ma proprio tutti i miei sogni avessero la stessa ambientazione. Ma cosa mi direbbe? Forse mi direbbe che sono matto, semplicemente questo.
O forse mi direbbe che devo andare in fondo, scavare nel mio subconscio, o quello che è, scoprire le cause di questi miei sogni a senso unico.
Magari mi direbbe di farmi forza, di vincere le mie paure, di andare lì, di camminare su quel fango, anche se è sgradevole, anche se è schifoso, anche se i piedi nudi e doloranti ci affondano fino alle caviglie, e andare a vedere cosa c’è veramente, laggiù, dietro i cespugli.
Ma io non voglio andarci, perché ho paura di trovarci Butch, laggiù, e stavolta lo vedrei lì, davanti a me. Piccolo. Ha sei o sette anni. E io ne ho solo uno in più di lui. Ed è negro, come me, ovviamente: siamo fratelli. Anche lui è scalzo. Indossa solo un paio di pantaloni troppo larghi con una bretella su, e una rotta che pende. Non ha niente sotto. Io, d’altro canto ho addosso soltanto una vecchia camicia, che mi arriva fin quasi alle ginocchia. E c’è una baracca, giù in fondo, e so che lì dentro non c’è niente da mangiare, e c’è Ma’ che sta morendo, e forse c’è anche Pa’, e se c’è è completamente sbronzo, e pronto a togliersi la cinta, come sempre. E Butch cosa mi direbbe? Mi direbbe:
− Sbrigati, vuoi darti una mossa? Dobbiamo tornare a casa. E vuoi smetterla di sognare, una buona volta?

No, non voglio andarci. Preferisco sognare.

1 commento:

  1. E'molto benfatto e interessante,è anche profondo e scientificamente verosimile ...OK...

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